Certo per trovare il tuo modo unico di comunicarti come psicologo o psicologa, devi capire prima che cosa ti rende tale.
Vediamo quindi se posso aiutarti con una lista di domande che ti puoi porre per riflettere su questo:
- Qual è la tua missione come psicologo o psicologa?
- Quali sono le tue passioni al di fuori della psicologia e come potrebbero influenzare il modo in cui comunichi e ti presenti professionalmente?
- Quali esperienze di vita ti hanno reso lo psicologo che sei oggi?
- Quali emozioni vuoi evocare nei tuoi pazienti attraverso la tua comunicazione?
- Quali sono i tuoi valori e come possono essere tradotti in contenuti creativi?
- Cosa ti ispira nel tuo lavoro quotidiano e come puoi riflettere queste ispirazioni nei contenuti che crei?
Puoi rispondere a queste domande (e altre) in modo tradizionale, verbalmente o per iscritto, ma potresti accorgerti di come le risposte siano superficiali e che non rappresentino in fondo chi sei davvero.
Quando si lavora di creatività le resistenze sono tante e molto funzionali all’obiettivo, ossia quello di non andare a toccare corde profonde che potrebbero destabilizzarci o minare il nostro equilibrio (per quanto instabile possa essere).
La razionalità in fondo è questa: percorrere una strada dritta, o il più dritta possibile, senza scossoni o curve, salite o discese, per arrivare in modo veloce e indolore alla meta, o ad una meta, anche se magari non è quella che vorresti o che ti lascia a bocca aperta.
La creatività invece è come una strada di campagna o di montagna, magari da percorrere a piedi: a volte non sai dove stai andando, è faticosa e ripida, puoi rischiare di cadere, ma ti può portare in posti meravigliosi e, soprattutto, ti permette di goderti il panorama.
Per questo voglio lasciarti 5 attività creative che puoi utilizzare per bypassare la razionalità e immergerti nel processo creativo, anche se si tratta di lavoro e comunicazione professionale.
Sono tutte tecniche che io ho provato personalmente e che, alcune di più, altre di meno, mi hanno aiutata in quello che Edward De Bono chiama pensiero laterale.
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